LO SCANDALO PARMALAT
La prima riflessione riguarda la dimensione della bancarotta Parmalat non solo per quanto attiene alla quantità delle risorse bruciate con veri e propri atti di pirateria finanziaria da parte della proprietà e del management dell'azienda, ma anche il perimetro territoriale che è stato il teatro della vicenda.
In un'intervista pubblicata venerdì scorso su "24 Ore" Tommaso Padoa Schioppa ha più volte richiamato questo aspetto della questione. Cito il più significativo di questi richiami: "I profili internazionali del caso Parmalat sono decisamente trascurati nel dibattito attuale, sia dalla stampa italiana che da quella estera. Le banche implicate sono in larga misura non italiane, l'agenzia di "rating" è straniera e lo stesso gli "auditors", le emissioni obbligazionarie non sono state fatte in Italia. Una lettura strettamente nazionale deforma la diagnosi e può fuorviare la terapia".
Più oltre l'intervista tocca un altro punto sul quale il dibattito politico ha fatto molta confusione, evidentemente per scarsa conoscenza dei meccanismi del sistema. Dice Padoa Schioppa: "La centrale dei rischi nasce in un'epoca in cui le barriere valutarie facevano sì che tutto l'indebitamento di un'impresa fosse verso il sistema bancario nazionale. Oggi questo non è più vero e la centrale rischi ha perso perciò di efficacia" .
Ad ulteriore supporto di questa affermazione mi sembra utile elencare la lista delle banche che hanno emesso e collocato i bond della Parmalat, con le relative percentuali sull'emissione totale: J. P. Morgan-Chase 21%, Merrill Lynch 11, Morgan Stanley 11, Ubs 8, Paribas 7, Barclays 5, Sssb 4, Deutsche Bank 4, Nomura 2, Bear Stearns 2, Csfb 1. Queste banche da sole coprono il 76% delle obbligazioni Parmalat. Il resto è formato da consorzi di collocamento tra banche italiane e straniere. Oltre ai bond, il sistema bancario italiano e internazionale ha concesso prestiti al gruppo Parmalat nella seguente misura: Bank of America 700 milioni di euro, CitiGroup 500. Il totale ammonta a 1.200 milioni di euro, cui aggiungere i prestiti di altri Istituti di credito di cui non si conosce l'entità. Il totale dei prestiti di banche italiane (Capitalia, Intesa, San Paolo) è stato di 1.000 milioni di euro.
La portata internazionale dell'"affaire" Parmalat balza dunque agli occhi con tutta evidenza da questa rassegna di cifre. Bisogna aggiungere che altre istituzioni bancarie e straniere partecipano con ruolo influente al capitale delle maggiori banche italiane; cito come esempi la Abn Amro e il Santander. Aggiungo infine a titolo di memoria che le società del gruppo Parmalat più coinvolte nella bancarotta sono (non a caso) collocati in paradisi fiscali (Cayman) e comunque all'estero (Lussemburgo, Delaware, Uruguay, Ecuador, eccetera). Risulta chiaro che in queste condizioni i controlli pubblici affidati alla Consob e - per quanto di sua competenza - alla Banca d'Italia erano oggettivamente del tutto insufficienti a cogliere le dimensioni se non addirittura l'esistenza stessa della crisi.
La seconda riflessione riguarda i controlli societari interni ed esterni delle aziende quotate in Borsa previsti dal Codice civile, dagli Statuti societari e dalle più recenti norme sulla "governance" sul cui rispetto vigila la Consob per assicurarne la trasparenza.
Nel caso specifico i tre organi di controllo - sindaci, "auditors", agenzie di "rating" - hanno sempre confermato il buon andamento dei conti e del patrimonio ed hanno in tal modo fortemente contribuito ad "accecare" la Consob. I bilanci redatti dagli amministratori e diffusi secondo le norme della trasparenza registravano infatti una situazione apparentemente corretta: profitti industriali e finanziari adeguati, "assets" patrimoniali solidi, rapporto debiti-crediti soddisfacente, liquidità più che abbondante.
Dirà la magistratura come sia stato possibile che gli organi di controllo dell'azienda non si rendessero conto per anni del fatto che gran parte delle poste di bilancio fossero inventate e gran parte della documentazione di supporto falsificata. Se cioè sindaci, "auditors" e "agenzie di rating" siano state vittime inconsapevoli dei raggiri messi in essere dagli amministratori e dal management o ne fossero invece conniventi. Ma anche nel caso dell'inconsapevolezza resta in ogni caso palese un'incapacità e una mancata diligenza professionale di enormi dimensioni.
Il sintomo più evidente che avrebbe dovuto allertare gli organi di controllo societari - come già rilevammo due settimane fa al primo segnale della bancarotta - avrebbero dovuto essere le cifre di una liquidità sovrabbondante messe a confronto con un indebitamento altrettanto sovrabbondante: due eccessi inspiegabili a lume di logica che infatti celavano una voragine senza pari.
Questa stessa anomalia del resto avrebbe dovuto richiamare l'attenzione non solo dei sindaci, degli auditors e delle agenzie di rating ma anche di Consob e delle banche finanziatrici. Tutti dormivano, nessuna verifica di attendibilità della documentazione fu effettuata da parte di nessuno. E questo è il punto interrogativo che la commissione parlamentare di indagine dovrà esaminare con la massima cura e che la magistratura dovrà risolvere ai fini di verificare il grado di responsabilità di ciascuno. Resta fin d'ora evidente che le certificazioni di bilanci falsi per nove decimi non potevano sfuggire agli organi di controllo dell'azienda che meritano dunque le più severe sanzioni.
La Consob dal canto suo ha assicurato per anni la trasparenza e la circolazione di bilanci falsi. I suoi poteri sono certamente insufficienti quanto l'attenzione con cui ha usato dei poteri che aveva. Altrettanto si può concludere riguardo alle banche finanziatrici.
Tratto da un'articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica
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