RICUCCI STEFANO
Si descrive come una sorta di Bill Gates in versione Castelli Romani. Venuto dal nulla, da uno studio di odontotecnico e arrivato a bussare con prepotenza alla porta dei salotti buoni con una quota rilevante della Rcs. Per molti non è che un abile finanziere che nasconde dietro all'agiografia autoprodotta del self made man, ben altri legami e ben altre coperture nella conquista di centri nevralgici del potere. Uscito dal manzoniano disprezzo di una vecchia volpe del credito come Cesare Geronzi, che, aggredito nella sua Capitalia, lo bollò con un "Stefano Ricucci, chi è costui?", gioca ora la carta più grossa.
L'assalto, a sua detta solitario, al Corriere della Sera. In realtà di solitario, Stefano Ricucci, 43 anni, un patrimonio da 2 miliardi di euro di immobili e partecipazioni, ha assai poco. La sua storia è tutt'uno con quello sciame di immobiliaristi, finanzieri e banchieri d'assalto, che ha attaccato di volta in volta obbiettivi diversi: Telecom, Antonveneta, Bnl, Capitalia, Rcs più qualche banca di provincia che non fa clamore. Si muove con loro in gruppo con una geometria variabile di alleanze a rete, che cancella differenze politiche per rovesciarsi nella ricerca di plusvalenze e nella conquista di banche, i cui finanziamenti servono per andare avanti. La benzina che fa muovere lo sciame trae origine dai proventi dell'operazione Telecom. Ma è stata rimpinguata da un flusso di denaro derivante dal rientro dei capitali e dai guadagni di un boom immobiliare sì rilevante ma certo non sufficiente a giustificare la nascita di così grandi fortune. Secondo i cantori delle sue gesta fa parte degli " homines novi", gli avventurosi che svecchieranno il capitalismo italiano spodestando gli ammuffiti salotti buoni e immettendo, come ha scritto qualcuno, "idee nuove e carne fresca" nella morta gora dell'economia italiana. Secondo altri è invece un segno della sua decadenza, del prevalere di ricchezze nate dal nulla e cresciute per lo più sulla carta destinate ad obbiettivi di potere e non certo ad essere investite in un sistema industriale stanco.
Quale che sia l'interpretazione della sua storia la sua figura è oggi un emblema. La sua biografia parte 43 anni fa da origini modeste, dalle campagne romane di San Cesareo e da alcuni affari immobiliari indovinati. Ma la svolta arriva dall'incontro con un banchiere, Gianpiero Fiorani, che, come ha raccontato lui stesso ad un amico, " fu il primo a credere in me". E' la fine degli anni novanta e Fiorani, in accordo con Emilio Gnutti e i fratelli Lonati, si incontrano sulla spartizione degli immobili ex Falck. E' la primavera del 1999 quando si discute la sorte della Cmi (Cantieri Metallurgici Italiani) e della possibile scissione da essa di una società che raggruppi gli immobili del gruppo milanese. Voci di Borsa fanno oscillare paurosamente il titolo finché non viene annunciato l'accordo: si creerà una società l'Iil, Investimenti Immobiliari Lombardi cui verranno conferiti gli immobili scorporati. Poco dopo Falck rende noto di avere accettato l'offerta della Gpi, la finanziaria di Gnutti, di prendere il 75% della Iil, con conseguente Opa totalitaria sulla stessa.
Nell'affare entrano Gnutti, i tre fratelli Lonati che avevano acquistato azioni Cmi e si ritrovano azionisti di Iil e, in seguito anche Ricucci con un progetto: quello di fare della Iil il centro degli affari immobiliari del gruppo bresciano. Per uno strano caso del destino il direttore finanziario della Falck, nonché gestore del patrimonio immobiliare, si chiama proprio Ricucci, ma Gaetano e viene da Manfredonia. Il suo omonimo romano, Stefano, diventa, poco dopo, azionista della Iil insieme agli altri. Sui primi movimenti dei titoli, però, comincia ad indagare la Consob che invia i suoi ispettori e trasmette gli atti alla magistratura che condannerà a otto e sei mesi Gnutti e Lonati. Non si sa se per questo, o per quale altro più ambizioso progetto, la Iil invece di diventare il centro degli affari immobiliari di Hopa, diventa il primo affare noto tra Ricucci (che cede parte dei suoi immobili), bresciani e Lodi. Sono gli anni della scalata a Telecom, del cementarsi di alleanze importanti come quelle tra bresciani e la Unipol di Giovanni Consorte, che poi si estenderanno, via Hopa alla Fininvest. Sono gli anni, anche, della crescita impetuosa della Lodi, che acquisisce banche una dopo l'altra. Ricucci diventa poco dopo uno dei consiglieri di uno dei pilastri strategici della Lodi, che raccoglie molte delle conquiste da essa fatte. E' il 2002, infatti, quando nasce in Borsa, grazie all'incorporazione di Iil dentro la Iccri della Lodi, la Bpl investimenti. La presiede uno stimato economista ed ex sottosegretario del Tesoro, Piero Giarda. Ricucci ne è fin dall'inizio uno dei consiglieri.
E' una svolta che apre le porte di molti affari: sarà la Lodi a finanziare Ricucci nella scalatina a Capitalia dalla quale il finanziere romano esce con una cospicua plusvalenza di 200 miliardi tre giorni prima che Geronzi (quello del "Ricucci chi?") venga raggiunto da un avviso di garanzia. Saranno ancora i finanziamenti della Lodi a prendere corpo nella partita Antonveneta cui Ricucci partecipa ancora con Gnutti, Lonati e altri. Sarà ancora la Lodi a fornire parte della benzina al gruppo di immobiliaristi capitanato da Francesco Caltagirone che si cementa nel contropatto per conquistare la Bnl. Sarà ancora la Lodi ad affiancare Ricucci in alcune gare tra le quali quella per gli immobili dell'Enasarco.
L'entrata nel cielo della grande finanza gli schiude le porte anche dei rapporti con i centri di potere. Va e viene, durante la scalata Antoveneta, nelle stanze della Banca d'Italia in visita ad Antonio Fazio suscitando qualche battuta acida: "Il fidanzato di Anna Falchi a Palazzo Koch". Partecipa, in gruppo con gli altri immobiliaristi e con Fiorani, nei saloni di Villa d'Este, a Cernobbio, all'elaborazione delle strategie nel settore immobiliare e in quello bancario. Sergio Billé, presidente della Confcommercio, che ne apprezza le gesta, lo vuole presidente della Confimmobiliare l'organizzazione che raggruppa gli imprenditori del settore e che è committente dell'affare Enasarco.
Anche lo spettro delle alleanze si amplia: negli affari giocati tra conquista di Antonveneta e di Bnl entra anche la Popolare dell'Emilia che controlla Meliorbanca, banca vicina agli immobiliaristi (di cui Ricucci acquista la sede) e che solo poco tempo prima aveva tentato un'aggregazione con Unipol Banca.
Così, tra affari immobiliari e conquiste di Borsa, Ricucci mette insieme un patrimonio di 1,8 2 miliardi di euro, il cui controllo è nato ed è oggi all'estero di un trust nell'isola di Guernsey e di una finanziaria in Lussemburgo.
Il 26 settembre 2008 Magiste International, la sua holding, è definitivamente fallita. Il giudizio di appello del tribunale di Roma ha decretato il crac.  La società ha un passivo accertato di 450 milioni, una liquidità di appena 150 milioni non disponibili a fronte di una valanga di debiti, oltre 426 milioni.

Articolo di ALESSANDRA CARINI
Personaggi e storie aziendali
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