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IL DISSESTO DI TARANTO
LE CIFRE DEL DISSESTO
E' di 637mln e non 357, l’ammontare del dissesto finanziario del Comune di Taranto, come invece aveva dichiarato il 17 ottobre scorso il commissario straordinario del Comune, Tommaso Blonda. La nuova cifra è stata resa nota da Francesco Boccia, capo della commissione di liquidazione del Comune. L’importo è comprensiva di quella già evidenziata dalla gestione commissariale e che si articola in due grandi filoni: 298 milioni relativi a crediti manifestati da 3.175 privati e 339 milioni di debiti finanziari, a loro volta articolati in 243 milioni di Buoni ordinari comunali, 29 milioni di Swap e 67 milioni di mutui erogati dalla Cassa Depositi e Prestiti. Due le banche coinvolte: Bnl per gli Swap e Imi-San Paolo per i Boc. «Quando ci siamo insediati – ha dichiarato Boccia – partivamo da una base di 357 milioni tra disavanzo di gestione acclarato a dicembre 2005 e debiti fuori bilancio accertati e in via di accertamento. Sapevamo che saremmo andati oltre queste cifre e individuavamo in circa 500 milioni la soglia possibile».
Il dissesto e la rinascita possibile
di Giovanni Rispoli
La data cruciale è il 17 ottobre 2006: giorno in cui il commissario straordinario Tommaso Blonda dichiara il dissesto finanziario del Comune di Taranto. Un dissesto comunque annunciato, prodotto dall’incredibile gestione della giunta di centrodestra guidata da Rossana Di Bello – erede non casuale dal telepredicatore Cito –. Gli appalti per i servizi, la spregiudicata gestione delle opere pubbliche, una deficitaria politica del personale del Comune – condita da stipendi assai generosi per la dirigenza – la pessima conduzione delle società partecipate, l’Amiu e l’Amat, questi i luoghi del malaffare e del saccheggio delle risorse cittadine.

“Un po’ un noir – ci dice Roberto Nistri, per anni docente presso il più prestigioso liceo cittadino, l’Archita, osservatore acuto delle cose di Taranto, curatore con il segretario Cgil Massimo Di Cesare del bel volume sulla storia della Camera del lavoro cittadina (Un Cammino lungo cent’anni) pubblicato dall’Ediesse in occasione del centenario Cgil –. Ma un noir in cui le vittime sono conniventi”. Alla ovvia domanda – com’è stato possibile? –, la risposta che Nistri ci dà è dunque molto secca. Affermare che i tarantini sono stati conniventi è un atto d’accusa indubbiamente forte. Non significa mettere tutto e tutti sullo stesso piano, certo; serve però a dirci come, dietro la fascinazione per la Di Bello e il suo berlusconismo in salsa locale, si fosse poi creato un corposo e diffuso sistema di clientes che, dai dirigenti del Comune o dalla società cui era affidata la riscossione dell’Ici, arrivava giù per li rami sino al modestissimo lavoratore dell’impresa di pulizia e al suo risicatissimo reddito: giusto per tappargli la bocca e garantirsene il voto. Il risultato, oltre 357 milioni di euro di passivo – al 17 ottobre, ma si presume che la cifra raddoppierà visto che i termini per la ricognizione della partita debitoria sono stati prorogati al 9 aprile –, con circa 3000 creditori per ora in fila a esigere che il Comune rispetti gli impegni. Un disastro.

Un disastro per le finanze, e un disastro per gli uomini in carne e ossa. I lavoratori dell’Amiu, la Spa incaricata della raccolta rifiuti, ad esempio; ovvero i “dipendenti di un’azienda che oggi – ricorda Filomena Principale, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil – a causa dell’elevato credito accumulato negli anni del centrodestra, versa in una crisi profonda”. Crisi in cui ai delicati problemi contrattuali ancora irrisolti – l’applicazione del contratto di Federambiente ai 200 lavoratori di Taranto servizi, partecipata del Comune entrata in Amiu – si aggiunge la preoccupazione per il lavoro, e il reddito, dei 44 dipendenti di Ecopolis, l’impresa cui era destinata la raccolta differenziata, chiusa in dicembre. Preoccupazione accentuata dal fatto che l’Amiu sembra ancora incapace di cambiare rotta. “Del resto – ricorda la sindacalista – se il cda è nuovo i vecchi dirigenti sono ancora tutti lì. In una situazione in cui il contratto di servizi siglato con il Comune serve appena a coprire gli stipendi”.

Stipendi che sono ormai un miraggio, invece, per i tanti operatori impegnati nelle cooperative sociali, costretti di fatto a un’opera di volontariato. E che presto si ridurranno, di numero, nel mondo – artificiosamente gonfiato – degli appalti per tutte quelle attività – pulimento, vigilanza, ristorazione – che rientrano nella categoria dei servizi. “Un settore – spiega Nicola Manganella, segretario generale della Filcams – già fortemente penalizzato da mille inadempienze, ma che ora deve fare i conti con il drastico ridimensionamento che la razionalizzazione prossima ventura comporterà”. Le cifre, da questo punto di vista, parlano chiaro: pulizia degli uffici comunali, dipendenti 233, ore settimanali medie lavorate 4812, ore settimanali del presunto nuovo appalto 1420; pulizia dei bagni pubblici: dipendenti 43, ore di ieri 1092, ore di domani 588; pulizia dei palazzi giudiziari: 71 lavoratori per 1750 ore che domani saranno 936; pulizia di scuole materne e asili nido: 126 per 2460 ore che dovrebbero diventare 1584. Il totale è 473 dipendenti impegnati per 10.114 ore destinate a dimezzarsi drasticamente (4528). Solo nelle imprese di pulimento. Perché poi bisogna aggiungere gli oltre trecento lavoratori occupati fra trasporto, servizio mensa, canile e così via, anch’essi destinati a ridursi.

L’ipotesi più ottimistica, fatto qualche conto, è che i posti di lavoro che si perderanno, alla fine, saranno perlomeno 600. Un problema enorme, come si può immaginare. Importante, per la sua soluzione, è stata sicuramente la conquista dell’indennità di mobilità in deroga per le imprese, appunto, di pulimento. Con la decisione di affidare a Italia Lavoro, per coloro che resteranno disoccupati, i necessari percorsi di formazione e riqualificazione professionale. Ma il maggio che si prospetta – mese a partire dal quale dovrebbero essere avviati i nuovi appalti e quindi il ridimensionamento del personale impiegato – non sarà, per la città, tempo di rose e fiori. “Governare il domani non sembra una prospettiva semplice” si osserva nella Camera del lavoro.

Sul domani, in ogni caso, la Cgil ha idee chiare. Le ha raccolte in una piattaforma articolata, divisa in otto capitoli, che provano a indicare i sentieri della possibile rinascita. Una sintesi è impossibile nello spazio di queste poche righe, vale la pena però indicare perlomeno i temi su cui la Cdl sollecita la riflessione e avanza le sue proposte – che presenterà in un’iniziativa pubblica, “La Cgil per Taranto città da (r)innovare”, il 16 marzo, presso il Salone di rappresentanza della Provincia –. Primo capitolo, non casualmente, quello della partecipazione. I tarantini hanno vissuto da spettatori, annota Gianni Forte, segretario generale della Camera del lavoro, il disastro che si è prodotto. Si tratta ora di capovolgere il rapporto con la cosa pubblica trasformando il municipio in una “casa della trasparenza”: strumento di questo progetto la rivitalizzazione dell’Urp, la pubblicizzazione degli atti del Comune, la carta dei servizi, il decentramento dei poteri verso le circoscrizioni, i laboratori di quartiere come sedi d’incontro dei cittadini. Un progetto che resterebbe monco, secondo punto, senza una riorganizzazione profonda della macchina amministrativa. Il caso Taranto è anche il prodotto di un patto scellerato tra politici e tecnici, di un tacito accordo, e di un aperto scambio di favori, tra ceto politico e amministrazione.

La prima preoccupazione, allora, deve essere il ruolo e l’assetto della dirigenza, a cui vanno dati autonomia e responsabilità. Quindi rinnovamento, com’è ovvio, e selezione mediante concorsi pubblici, accompagnati da “strumenti obiettivi di verifica e valutazione della qualità dei servizi” e da una diversa organizzazione dell’Ente comunale. “È in ogni caso decisivo – ricorda Principale – investire sul personale del Comune, valorizzandone le capacità entro le regole certe di un nuovo contratto decentrato”. Riorganizzazione che, terzo punto, dovrà ovviamente toccare anche le aziende partecipate, ovvero Amiu e Amat, a partire dalla rimozione di chi si è reso responsabile di atti che hanno danneggiato le aziende. E che dovrà avere al centro, per l’Amiu, la ricomposizione del ciclo completo dei rifiuti, al fine di allargarne l’ambito di attività; e per l’Amat il rafforzamento del trasporto pubblico urbano e la gestione integrata dei servizi non solo delle linee di bus ma anche ma anche di parcheggi e semafori. Amat e Amiu, aggiunge la Cgil, “costituiscono un patrimonio pubblico in termini di risorse umane, ma anche di strutture e servizi”; va perciò scongiurata “una logica liquidatoria sostenuta dalla necessità di incamerare risorse finanziarie”.

Logica liquidatoria che va evitata, quarto capitolo, anche per il lavoro dei servizi. La fine della prassi delle proroghe e degli affidamenti diretti, prassi che ha trasformato gli appalti in luoghi del malaffare e dello sperpero di denaro pubblico, è sicuramente un fatto positivo. Ma limitarsi a ridurre la spesa – ricorda opportunamente Manganella – oltre ai danni in tema di occupazione significherebbe deprimere la qualità delle prestazioni. Per questo il criterio di selezione nei bandi di gara non deve essere il “massimo ribasso” ma l’“offerta economicamente più vantaggiosa”. Insieme, bisognerà procedere alla ricollocazione di quanti perderanno il posto di lavoro. La questione del lavoro, e dei pericoli che si corrono, rimanda da un lato agli introiti del Comune, quindi a tasse e tariffe, Ici e Tarsu – quinto punto – e alla necessità di assicurare equità per gli strati più deboli della popolazione; dall’altro ai servizi sociali – sesto – sui quali bisognerà avviare il piano di zona già previsto e, in tema di reperimento delle risorse, coinvolgere le grandi imprese presenti nel territorio. Settimo tema, la riqualificazione urbana. Una questione delicata, che accanto al ripensamento di una città cresciuta in maniera “illogica”, ricorda la Cgil, lungo una direttrice estesa in maniera eccessiva e con vaste aree di degrado – ripensamento da sostanziare con un nuovo piano urbanistico generale – deve vedere un impegno forte per la soluzione del problema casa.

Ottavo capitolo, infine, lo sviluppo. “L’obiettivo che il Tavolo istituzionale per Taranto deve porsi è di consegnare alla città la capacità di proporsi come motore dello sviluppo, nonché di attrarre investimenti esterni”, sostiene la Cgil. Un obiettivo non da poco se, come osserva Nistri, una tara storica di Taranto è la “lieta dipendenza” nei confronti delle monoculture che ne hanno segnato lo sviluppo, le attività legate all’Arsenale prima, la siderurgia poi. E tuttavia da qui bisogna partire, dalle attività già presenti, se si vuol guardare con un po’ di ottimismo al futuro. Annoverando fra dette attività quelle, decisive, legate al porto, e aggiungendo un paragrafo ulteriore: l’ambiente. Più in dettaglio, e partendo appunto dalla questione del porto, la Cgil ricorda come, pur collocandosi al secondo posto in Italia per volumi di traffico, il sito di Taranto mantenga ancora una troppo forte impronta industriale. Bisognerà invece creare le condizioni per far crescere il traffico container, mettere il porto del capoluogo jonico in condizione di affrontare la sfida competitiva nel Mediterraneo.

Nel capitolo sviluppo ci sono ovviamente, e molto in dettaglio, tutte le questioni riguardanti l’Ilva e Eni; due realtà destinate a crescere ulteriormente, per fortuna – sia l’una che l’altra sono interessate da investimenti per 1 miliardo di euro –, ma che proprio in virtù della crescita prevista pongono al territorio problemi non indifferenti. Problemi che hanno che fare sia con la formazione di un sistema imprenditoriale locale sia con il tema, particolarmente delicato, della ecosostenibilità. Ulteriore paragrafo del capitolo dedicato allo sviluppo, l’Arsenale della Marina militare: uno stabilimento, afferma la Cgil, di cui occorre contrastare il declino chiedendo al governo uno specifico tavolo di confronto, e che può, deve, diventare il cuore di un vero e proprio distretto della navalmeccanica.

Ultimo ma non ultimo il capitolo ambiente. Una fortunata congiuntura ha voluto che, mentre le finanze pubbliche andavano a rotoli, a Taranto si andassero realizzando le condizioni per investimenti privati pari a 3,5 miliardi euro (alle somme previste per Ilva e Eni si aggiungono 1,5 miliardi per il porto). In un territorio già sottoposto a uno stress elevato occorre “una cabina di regia chiamata a esprimere valutazioni di carattere complessivo sulla base di un piano d’area dei rischi e delle emissioni”. Insieme, se in questo quadro diviene impraticabile l’ipotesi di un rigassificatore, si fa urgente un sistema efficace di monitoraggio. Per capire quali risultati dànno le intese in materia, per rendere partecipe la cittadinanza. Sotto quest’ultimo profilo può bastare anche un semplice dispaly, collocato in centro, per informare i cittadini. In sostanza, chiudere gli occhi di fronte al baratro, com’è accaduto a tanti, è un’operazione semplicissima. Rimettere in moto un circuito di una democrazia partecipata, abbattere il muro che divide i cittadini dal potere di governo, non sarà un’operazione semplice. Ricostruire intanto un minimo di trasparenza, in materia di ambiente come su mille altre questioni, potrebbe non essere poi così difficile.

Taranto, il caso degli «illicenziabili» 

Come osano, sospenderlo dal servizio? Francesco Grassi, uno dei ventitré dirigenti e impiegati del comune di Taranto arrestati ai primi di luglio perché si erano auto-regalati sontuose buste paga per un totale di 5 milioni di euro in cinque anni, ha già fatto ricorso. Gli altri sei obbligati a non ripresentarsi in ufficio il ricorso lo stanno preparando. Gli altri ancora, sono tornati alla loro scrivania da un pezzo. Per non dire di tutti gli altri dipendenti ancora che, per la commissione d'inchiesta interna, si sarebbero complessivamente fregati almeno da 21 a 30 milioni di euro. Un decimo del gigantesco buco nel quale è precipitata l'ex capitale industriale della Puglia, dichiarata in bancarotta. Stando alle accuse, mosse dalle denunce di un ex consigliere comunale, Nello De Gregorio, Grassi si sarebbe fatto dei regalini nello stipendio, dal 2001 al 2006, con compensi extra per misteriosi lavori «a progetto», per 389 mila euro. Dice però che non è stato ancora rinviato a giudizio e la legge è legge, signori e signore: come si è permesso, il commissario Tommaso Blonda, di sospendere lui e i protagonisti degli altri casi più gravi? Si dirà che, come ha accertato il comandante della Finanza Emanuele Fisicaro, c'è chi in un mese si era fatto omaggio di 19.439 euro e chi di 39.160: ma che c'entra? Certo, c'è chi è accusato come Nicola Blasi, di essersi preso coi ritocchi in busta paga 434 mila euro, chi come Giuseppe Cuccaro 429 mila, chi come Orazio Massafra 422 mila e chi come Cataldo Ricchiuti (al quale sono stati sequestrati 12 fabbricati e un terreno e 124 mila euro in banca: mica male per un funzionario comunale...) addirittura 567 mila.
Ma perché non dovrebbero tornare al loro posto, in attesa del rinvio a giudizio e poi della decisione del Gip e poi del processo in Assise e poi di quello in Appello e poi di quello in Cassazione e magari ancora di qualche ricorso alla corte costituzionale? E il bello è che la magistratura potrebbe dare loro ragione. Perché qui è lo scandalo: Francesco Boccia, mandato da Amato a Taranto come liquidatore (primo caso in Italia per una grande città) ha le mani legate da leggi e leggine così pelosamente garantiste da impedirgli di fatto di usare la mano pesante. Una impotenza che, oltre ad alleggerire la posizione di quella massa di persone coinvolte nella maxi- truffa sugli stipendi (tutte assolutamente convinte che un giorno o l'altro il can-can finirà e magari con l'aiuto dell'indulto anche questa seccatura dell'inchiesta evaporerà in una nuvoletta) rischia di lanciare un pessimo segnale a una città allo sbando. Mario Pazzaglia, il veneto-marchigiano incaricato con Giuseppe Caricati di mettere il naso nei conti, fa professione di ottimismo e cerca di incoraggiare Taranto a reagire spiegando che «con uno scatto di orgoglio la città può recuperare e rinascere». Ma certo il baratro nei conti lasciato dalla giunta guidata dalla forzista Rossana Di Bello (dimessasi pochi mesi dopo una trionfale rielezione in seguito a una condanna per gli appalti dell'inceneritore) gela il sangue: finora siamo già a un buco accertato di 382 milioni di euro. Pari a oltre sei mila euro di «rosso» per ogni famiglia. Un disastro. Sul quale non è avviata solo un'opera di rilettura dei bilanci (che potrebbe rivelare un abisso finanziario che qualcuno paventa addirittura intorno al miliardo di euro) ma si sono aperte un mucchio di inchieste penali. Per falsità in bilancio. Per un appalto da 28 milioni per la pubblica illuminazione. Per il Parco Cimino dato in gestione per 1.000 euro l'anno (neppure pagati) a un ristoratore che faceva lavori edilizi (anche abusivi) e poi mandava il conto al Comune. Per una specie di fontana da due milioni di euro piazzata in mezzo al mare e mai usata. E altro ancora. Una gestione sciagurata.
Tratto dall'articolo di Gian Antonio Stella
13 dicembre 2006